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Gioco d'Azzardo Patologico
barbara lolli

Gioco d'Azzardo Patologico (GAP)

Quando il gioco diventa malattia

L’esperienza ludica se da un lato viene considerata un’occupazione frivola, a volte è talmente coinvolgente da non avere nulla in comune con un’isola di gioia. Il gioco da magico può diventare “demoniaco”, assumendo così una doppia valenza: ci si lascia attraversare da una dimensione attraente quanto instabile e ci si espone al rischio di trovarsi immersi in un clima “incandescente”, tipico del gioco d’azzardo.

Ecco come accanto ai connotati di svago, il gioco rischia di assumere (per alcuni) i tratti di una vera e propria dipendenza con caratteristiche simili alle più note e trattate dipendenze da sostanze. Sebbene il rischio di diventare giocatori patologici appaia relativamente basso, il problema non può essere ridotto esclusivamente al singolo giocatore ma va inteso quantomeno al nucleo famigliare, aumentando così il numero di persone coinvolte in questo fenomeno.

 

LO SPETTRO DELLA DIPENDENZA

Il concetto di dipendenza

I termini dipendenza, abuso o addiction sono stati spesso utilizzati in riferimento a sostanze chimiche, ma ormai sempre più spesso si trovano nella letteratura scientifica riferimenti alle cosidette “nuove dipendenze” in relazione a oggetti, strumenti, situazioni o comportamenti. “La lingua inglese opera un’importante distinzione tra dipendenza e addiction, due termini che in italiano vengono tradotti con la stessa parola, pur avendo significati molto diversi. Con dependence si vuole indicare la dipendenza fisica e chimica, la condizione in cui l’organismo necessita di una determinata sostanza per funzionare, perciò la richiede. Con addiction si vuole indicare una condizione generale in cui la dipendenza psicologica spinge alla ricerca dell’oggetto, senza il quale l’esistenza diventa priva di significato” (SIIPAC). Addiction e dependence non sempre compaiono insieme, il giocatore d’azzardo patologico non ha una dipendenza fisica vera e propria ma ha comunque un bisogno imprescrivibile di giocare, di spendere grosse somme dii denaro. E’ questo il caso di “nuove dipendenze” che non implicano l’intervento di alcuna sostanza chimica. L’oggetto della dipendenza è in questo caso un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata. Tra le “New addiction” possiamo annoverare la dipendenza da Internet, dallo Shopping, dal lavoro (working addiction), dal cibo e dalle relazioni affettive. Per la maggior parte delle persone queste attività rappresentano parte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze (Guerreschi, 2000). Parleremo nel primo caso di mode comportamentali (o comportamenti alla moda) altrimenti il rischio è di vedere malattie dappertutto, il che equivarrebbe a non sapere quando e in che modo si rendono necessari interventi specifici. Per poter parlare invece di dipendenze comportamentali (e non di comportamenti alla moda) bisogna che siano soddisfatte determinate condizioni cliniche, quali ((Adès & Lejoyex, 1999):

  • La voglia irreprimibile di quel comportamento;
  • L’abbandono di altre attività a favore del comportamento elettivamente investito;
  • Una serie di conseguenze negative individuali, familiari, sociali e professionali;
  • Una sensazione di mancanza, di ansia o di malessere quando il comportamento viene interrotto.

Nella tabella 1. Sono riportate le principali caratteristiche cliniche delle dipendenze comportamentali, così come le riassume Zanda (2001). Le nuove forme di dipendenza senza droga sono agevolate dall’innovazione tecnologica e dalla nuova civiltà che, da una parte genera stress, vuoto e noia, e dall’altra stimola la tendenza all’immediata gratificazione, fornendo sempre gli strumenti appropriati. E’ possibile, infatti che l’avanzare del progresso tecnologico abbia modificato non solo le abitudini delle persone, ma anche il loro modo di esprimersi in situazioni patologiche. Nonostante l’evidente sviluppo delle “new addiction”, c’è ancora incertezza in ambito scientifico riguardo alla legittimità di considerare tali disturbi alla stregua di vere e proprie dipendenze. Se da un lato alcuni autori oppongono ancora resistenze al concetto di dipendenza senza sostanze altri sostengono di poter parlare a tutti gli effetti di dipendenze comportamentali (Alonso-Fernandez, 1999) e “technological addiction” (Griffiths, 1995).

Tabella 1.

Caratteristiche cliniche delle dipendenze comportamentali

1. Desiderio di iniziare una sequenza comportamentale potenzialmente pericolosa (voglia insopprimibile o craving)

2. Tensione crescente fino a che la sequenza comportamentale non è terminata

3. La fine del comportamento riduce, in modo temporaneo la tensione

4. La voglia, il desiderio o la tensione ricompaiono dopo qualche ora, qualche giorno o qualche settimana più tardi (sindrome di astinenza)

5. Esistenza di fattori scatenanti esterni

6. Esistenza di fattori scatenanti e condizionanti interni (tristezza, noia)

7. Tonalità edonistica delle prime esperienze Fonte: Marks (1990) modificato Zanda, 2001).

Griffiths (1997) sostiene che le dipendenze da prodotti tecnologici (tra cui internet e videogame) e da gioco d’azzardo patologico, condividono con le dipendenze da sostanze alcune caratteristiche essenziali.

Dominanza (salience): L’attività o la droga dominano i pensieri ed il comportamento del soggetto, assumendo un valore primario tra tutti i suoi interessi

Alterazione del tono dell’umore: l’inizio dell’attività o assuefazione della sostanza provoca cambiamenti nel tono dell’umore, il soggetto può esprimere un aumento di eccitazione o maggiore rilassatezza come diretta conseguenza dell’incontro con l’oggetto della dipendenza;

Tolleranza: bisogno di aumentare progressivamente la quantità di drog o l’attività per ottenere l’effetto desiderato;

Sintomi di astinenza: malessere psichico o/e fisico che si manifesta quando s’interrompe o si riduce il comportamento o l’uso della sostanza;

Conflitto: conflitti interpersonali tra il soggetto e coloro che gli sono vicini, e conflitti interpersonali interni a se stesso, a causa del suo comportamento dipendente; Ricaduta: tendenza a ricominciare l’attività o l’uso della droga dopo averla interrotta.

GIOCO D’AZZARDO PATOLOGICO

Caratteristiche diagnostiche

“Il gioco d’azzardo rappresenta un fenomeno multidimensionale che coinvolge fattori sociali, culturali ed economici e può assumere nel contempo, tutte le caratteristiche di un disturbo psichico clinicamente diagnosticabile” (Pini, 2000, p. 63). Nel DSM-V il gioco d’azzardo è collocato tra i disturbi del controllo degli impulsi non altrove classificati” assieme alla cleptomania, alla piromania e al disturbo esplosivo intermittente (tutti già presenti fin dalla versione DSM-III-R), mentre il disturbo esplosivo isolato (presente solo nel DSM-III) si perde e successivamente non sarà più recuperato: “Gli aspetti principali consistono nell’incapacità cronica e progressiva di resistere all’impulso di giocare d’azzardo, e nel comportamento conseguente, che compromette, disturba o danneggia l’individuo stesso, la sua famiglia o le sue attività professionali. La preoccupazione, lo stimolo e l’attività di gioco aumentano nei periodi di stress. I problemi che sorgono in conseguenza del gioco d’azzardo conducono ad un’intensificazione delle attività di gioco. Caratteristici problemi comprendono indebitamento esteso e conseguente insolvenza riguardo a debiti e altre responsabilità finanziarie, relazioni famigliari disturbate, negligenza sul lavoro, e operazioni finanziarie illegali al fine di pagare il gioco” (DSM-IV, 1994, p. 137). Il confine tra gioco come piacere e gioco come malattia passa quindi attraverso la capacità di mantenere il controllo delle proprie azioni. Il giocatore patologico non riesce a fare a meno di puntare grosse somme di denaro al casinò, all’ippodromo o alle scommesse; è convinto che siano l’abilità e l’intuizione magica e non il caso a stabilire la vincita. Più perde e più alza le puntate, arriva ad indebitarsi, a dilapidare il proprio patrimonio e quello degli altri. Ecco come il protagonista del libro “Il giocatore” parla di una sua sessione di gioco al casinò:

“ A poco a poco, guardandolo, la febbre del giuoco prese anche me. I primi colpi mi andarono male. Poi cominciai a sentirmi come in uno stato d’ebbrezza estrosa, curiosissima: agivo quasi automaticamente, per improvvise incoscienti ispirazioni; puntavo ogni volta, dopo gli altri, all’ultimo, là! E subito acquistavo la coscienza, la certezza che avrei vinto […] Quella specie di lucida ebbrezza cresceva intanto in me, né si intorpidiva per qualche colpo fallito […] A un certo punto, ebbi l’ispirazione di arrischiar tutto, là e addio; e vinsi. Gli orecchi mi ronzavano; ero tutto in sudore, e gelato […] chiusi gli occhi, dovevo essere pallidissimo […] Presi il denaro e dovetti allontanarmi, come un ubriaco. Caddi a sedere sul divano, sfinito […] Quanto avevo vinto? Aprii gli occhi, ma dovetti rinchiuderli immediatamente: mi girava la testa. Il caldo, là dentro, era soffocante. Come! Era già sera? Avevo intraveduto i lumi accesi. E quanto tempo avevo giocato?” (Dostoesvskij, 1886, p. 76).

Come in tutte le dipendenze si determina una serie di circoli viziosi che automantengono il comportamento, e nel caso specifico del gioco d’azzardo il principale tra essi è il “chasing”, cioè l’inseguimento delle perdite, il tentativo di recuperare il denaro perduto con un “colpo di fortuna”. Spesso infatti dopo una prima fase caratterizzata da vincite esaltanti, la tendenza dell’individuo predisposto all’abuso è di rincorrere altre vincite, aumentando la frequenza del gioco e le puntate. Quando inizia a perdere attribuisce a ciò un periodo sfortunato e tende ad aumentare il fattore di rischio, nell’illusione di ottenere vincite più alte. Le perdite a questo punto superano di gran lunga le vincite ed inizia così la fase dell’inseguimento.

Fasi del gioco

Sebbene alcuni giocatori sviluppino la coazione al gioco sin dalle prime scommesse, per la maggior parte di loro il percorso che porta alla dipendenza è più graduale e insidioso. Il soggetto può praticare per anni attività di gioco sociale senza mostrare alcun segno di dipendenza; in genere si osserva un incremento della frequenza e dell’importo delle scommesse, a cui si unisce la preoccupazione di reperire denaro per continuare a giocare e saldare i debiti di gioco. Custer e Milt (1985) hanno descritto tre fasi nella evoluzione progressiva del gambling: vincita, perdita, disperazione. A queste tre fasi, Rosenthal (1987) ne ha aggiunta una quarta, definita “di resa”, caratterizzata dall’aggravarsi delle condizioni cliniche del giocatore. Nella prima fase si verifica un aumento rapido del coinvolgimento del gioco: le vincite inducono un senso di controllo onnipotente, le sensazioni piacevoli del cosidetto “essere in azione” (termine utilizzato dagli scommettitori per descrivere il momento di massima eccitazione corrispondente all’attesa del risultato). La fase di perdita prende avvio da una sequenza di fallimenti inaspettati nel gioco, vissuti come una grave ferita narcisistica che spinge il giocatore a fare qualsiasi tentativo per rimediare i danni sul piano economico e dell’autostima. Nasconde le perdite agli amici e familiari cercando di ottenere nuovi prestiti: le somme vinte o reperite vengono prontamente reinvestite nel gioco fino al nuovo disastro finanziario. Subentra la fase della disperazione quando il giocatore ha dilapidato i suoi beni e non può più usufruire di prestiti nonostante le continue richieste.

Un possibile approccio al gambling come terapia

Come possibile approccio si intende un approccio diverso che vada ben oltre ad una visione del gioco patologico come “patologia psichiatrica o medica” che punti a una comprensione dell’uomo nella sua globalità, modulando gli interventi in relazione al grado di conoscenza del singolo individuo. In linea generale l’invio di questi pazienti a operatori specializzati sembrerebbe l’unica strada da percorrere per un qualsiasi tipo di programma terapeutico, unitamente alla possibilità di un intervento integrato sulla famiglia. E’ nota inoltre la difficoltà di entrare in relazione con questi pazienti; è difficile infatti stabilire un buon rapporto terapeuta-paziente sia per la presenza di tratti alexitemici, sia per la inadeguata capacità propria di questi pazienti di stabilire un rapporto con gli altri empaticamente significativo, sia per il ruolo che il gioco investe nell’individuo. In molti casi il terapeuta non può fare altro che constatare l’esistenza del problema, trovandosi nell’impossibilità di farsi carico del paziente in quanto questi non accetta alcun percorso terapeutico. Questo “atteggiamento tecnico”, se aiuta da un lato a limitare il senso di frustrazione che può avere un terapeuta nel vedere fallire i propri tentativi di proporre un idoneo programma terapeutico, non deve comunque far rinunciare a un “atteggiamento di attesa” che consente di cogliere il momento opportuno – laddove questo è possibile – per entrare in relazione con il paziente. Nel corso del colloquio clinico alcune problematiche emergono con maggiore frequenza e possono essere così elencate: Prevalenza del linguaggio non verbale Intolleranza alle figure genitoriali Debolezza e immaturità dell’io Assenza di capacità introspettiva Indeterminatezza nello descrivere il proprio stato psicofisico Sottostima e negazione del proprio problema Mancanza di fiducia in tutti Mancanza di fiducia nella struttura sanitaria, difficoltà a chiedere aiuto Vissuti di rabbia, aggressività Atteggiamento falsamente dimesso Scarsa o illusoria progettualità. Indubbiamente lo sforzo maggiore sarà quello di identificare l’eventuale presenza di valenze positive su cui poter far leva; tanto più sarà compromessa la funzionalità globale del soggetto, il suo grado di inserimento sociale, i suoi affetti, il suo sistema relazionale, tanto più sarà difficile attuare un adeguato intervento. In definitiva l’approccio alle problematiche connesse al gambling mira a integrare tutte le conoscenze del settore e a ridare unità a un progetto di vita spesso inesistente. Non appare possibile quindi alcun tipo di intervento senza considerare lo stile di vita del paziente, il grado di sviluppo del suo Io e dell’autostima, la propria propensione alla vita, come benessere psicofisico. Tale discorso assume ancora maggiore valenza nella prevenzione del gambling, laddove qualsiasi messaggio o intervento non può non tener conto della promozione della cultura del benessere e dello sviluppo di una solida autonomia funzionale che può rendere più difficile (autoefficacia di resistenza) l’accesso al mondo del gambling.

BIBLIOGRAFIA

Adès, J., Lejoyeux M. (1999). Dépendances comportamentales: achat compusifs, addiction sexuelles, dépendance au travail, kleptomanie, trouble exploosif intermittent. Trichotillomanie. Psichiatrie, A-20: 370-396.

Alonso-Fernandez F. (1996). Le altre droghe” Roma: EUR. 1999. APA (1994). DSM-IV Diagnostic and Statistical Manual of Mental disordes. Washington DC:

APA (trad. it..1996. Milano: Masson). Custer e Milt (1985). When luck runs out: help for compulsive gamblers and their families. New York: Warner Books.

Dostoesvskij F. M. (1985). Il giocatore. Milano: Garzanti. Griffiths M. D. (1995).

The Effect of Type A Personality on Psycological Arousal while playing Computer Games. Addictive Behaviors. 20 (4): 543-548.

Guerreschi C. (2000). Giocati dal gioco. Quando il divertimento diventa malattia: il gioco d’azzardo patologico. Milano: San Paolo.

Marks I. (1990). Behavioural (non-chemical) addictions. British Journal of Addiction, 85: 1389-1394.ù

Rosenthal (1987). The psycodinamic of pathological gambling: a review of the literature. The Handbook of pathological gambling. Springfield, Charles C. Thomas Publisher. 21: 14-155.

 

L’autrice Dr.ssa Barbara Lolli Psicologa, Specializzanda in Psicoterapia e Ipnosi S M I P I

Via Garibaldi 42, 40133 – Casalecchio di Reno

Cell 3494600660

E-mail: lollibarbara@gmail.com

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